Paola Palmesano logo
2026-05-21

Autonarrazione strategica: la tua storia professionale è un asset

Io sonoLeadershipCrescita
Professionista in postura composta con documento in mano, simbolo dell'autonarrazione strategica come strumento di carriera

Quando una professionista entra in una stanza di negoziazione — un board meeting, un colloquio per una posizione apicale, una pitch a un investitore — la prima informazione che trasmette non è il suo CV. È il modo in cui parla di sé. Ed è qui che, secondo le evidenze, qualcosa si rompe sistematicamente.

Il rapporto annuale Women in the Workplace di McKinsey & Lean In Org documenta da oltre dieci anni un pattern ricorrente: le donne in ruoli senior tendono a sotto-rappresentare il proprio impatto, ad attribuire i risultati al team più frequentemente dei colleghi maschili a parità di posizione, e a costruire narrazioni del proprio percorso che minimizzano le decisioni strategiche prese. Non è un problema di sicurezza personale. È un problema di metodo narrativo.

Cosa significa narrazione strategica (e cosa non significa)

L’autonarrazione strategica non è storytelling motivazionale. È un’operazione cognitiva precisa: selezionare, sequenziare e incorniciare gli eventi della propria carriera in modo che producano un significato leggibile per un interlocutore specifico, in un contesto specifico, con un obiettivo specifico.

Lo psicologo Dan McAdams ha mostrato in oltre quarant’anni di ricerca che gli adulti costruiscono la propria identità organizzando la memoria autobiografica in episodi narrativi coerenti. Per chi opera in contesti professionali ad alta visibilità, la differenza tra una narrazione automatica e una strategica è la differenza tra subire la propria storia e governarla.

Il framework di Ibarra in tre livelli

Herminia Ibarra, professoressa di leadership alla London Business School, ha codificato il concetto di working identity: l’identità professionale non è un dato fisso, è un costrutto che si aggiorna ogni volta che cambia il ruolo o il livello di responsabilità. Lavorare sulla propria autonarrazione significa agire su tre livelli distinti.

Il livello dei temi. Quali sono i 2-3 temi cardine che attraversano il proprio percorso? Non gli aneddoti, ma le forme di pensiero ricorrenti. Una manager che si è occupata sia di compliance sia di trasformazione digitale potrebbe scoprire che il suo tema cardine è tradurre la complessità normativa in vantaggio competitivo. Quel tema diventa il filtro narrativo di tutto il resto.

Il livello degli episodi pivotali. Quali sono i 5-7 momenti di carriera che, raccontati in 90 secondi, sintetizzano il tema cardine? Devono avere tensione narrativa: una decisione difficile, un risultato controintuitivo, un cambio di rotta.

Il livello del framing. Lo stesso episodio cambia di valore strategico a seconda dell’interlocutore. Davanti a un CEO si racconta la decisione strategica. Davanti a un board si racconta il rischio governato. Davanti a un team si racconta la coerenza del processo.

Tre errori narrativi da evitare

Le professioniste tendono a inciampare in tre pattern ricorrenti.

Il primo è la modestia strutturale: abbiamo fatto, il team ha raggiunto, siamo riusciti a. L’attribuzione collettiva è giusta quando è giusta, ma diventa erosiva quando viene applicata anche alle decisioni prese da sola, contro il parere di altri.

Il secondo è la giustificazione preventiva: raccontare un percorso preceduto da scuse (ho fatto tante cose, non ho un percorso lineare). Il pubblico professionale non aspetta una giustificazione: aspetta una chiave di lettura. Trasformare una carriera non lineare in competenza ad attraversare contesti diversi non è cosmetica narrativa — è il framing corretto di un asset reale.

Il terzo è la descrizione mansionale invece che strategica: elencare i ruoli ricoperti anziché le decisioni prese, con quali risultati, in quali contesti, con quali vincoli. Questo singolo intervento ha il maggior ritorno percepito sulla credibilità.

Un esempio concreto: la stessa carriera, due narrazioni

Versione automatica. «Sono Marta, ho una formazione in ingegneria gestionale. Ho lavorato in consulenza per cinque anni, poi sono passata in una multinazionale del largo consumo come responsabile di progetto, poi ho fatto un MBA, e ora sono direttrice operations di una media impresa lombarda. Ho fatto un po’ di tutto.»

Versione strategica. «Sono Marta. Il filo rosso del mio percorso è una specializzazione: prendere organizzazioni che funzionano in modo intuitivo e trasformarle in organizzazioni che funzionano per processo. L’ho fatto in tre contesti molto diversi. In consulenza ho ridisegnato il flusso di approvazione degli investimenti facendo passare il tempo medio da 11 a 4 settimane. In multinazionale ho integrato tre funzioni che lavoravano in silos. Adesso sto applicando lo stesso schema su una manifattura familiare di 180 persone.»

Stessi fatti. Stessa carriera. Differenza nella probabilità di ricevere un’offerta rilevante: significativa. Non perché Marta abbia mentito — ha smesso di sotto-rappresentarsi.

Da dove partire: quattro domande di calibrazione

Quattro domande da rispondere per scritto, non a memoria:

  1. Qual è il mio tema cardine? Non una capacità generica, ma una forma di pensiero specifica che il mio percorso documenta in modo ricorrente.
  2. Quali sono i 5 episodi pivotali che lo dimostrano? Con tensione, decisione, risultato. Raccontabili ciascuno in 90 secondi.
  3. Per ogni interlocutore tipo — board, CEO, partner istituzionali — qual è il framing prioritario?
  4. Quali narrazioni difensive devo abbandonare? Le scuse preventive, le minimizzazioni, le attribuzioni eccessivamente collettive sui meriti individuali.

La distanza tra la risposta che daresti adesso a queste domande e quella che potresti dare dopo un lavoro strutturato è esattamente lo spazio in cui la tua autonarrazione strategica può crescere.

[@portabletext/react] Unknown block type "image", specify a component for it in the `components.types` prop
Paola Palmesano

Unisciti al cambiamento

Un pensiero per te, ogni settimana.